La Spiritualitàdell'Architettura Cistercense
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Fontenay - Sala dei Monaci
Fontenay - Sala dei Monaci
Da quando il termine "monaco" (dal greco Monakhos, derivato dà Monos) è entrato nel linguaggio comune per designare ""colui che sceglie di separarsi dagli altri per andare alla ricerca di Dio"" (Cfr. Regola di san Benedetto), si sono imposte due etimologie della parola.
La prima, più facile, di immediata comprensione, identifica "monaco" con "solo", "solitario" e, infatti, si indicavano così gli eremiti (da éremos - deserto) o anacoreti (dal greco anachoréo - mi tiro in disparte) e solo più tardi vennero definiti "monaci" anche coloro che vivevano in comunità, nei monasteri o cenobi.
La seconda interpretazione del termine, altrettanto ben attestata, riferisce "monaco" a "uomo unico", nel senso di "unificato".
questa una qualità assai notevole e, già in qui secoli a noi così lontani, tenuta in gran considerazione, ma che dovrebbe essere ancor più stimata oggi, quando constatiamo e ci lamentiamo proprio della sensazione di sentirci divisi in noi stessi, di vivere una vita separata in tanti settori che solo marginalmente o casualmente si toccano. Lavoro, famiglia, amici, hobby: impongono all'uomo di oggi non solo scansioni di vita separate, ma quasi di rappresentare ruoli differenti, di esprimere personalità diverse: un luogo comune è il capoufficio, tiranno sul lavoro ma succube della moglie in casa. Nella vita monastica, al contrario, tutto concorre a costruire un uomo unificato, integrato, armonico, alla ricerca del vero se stesso; di fronte agli uomini come davanti a Dio.
Un buon esempio di questa unificazione si scopre osservando la relazione fra l'architettura dei luoghi cistercensi e la spiritualità dei monaci che vi vivevano. I Cistercensi sono stati dei grandi costruttori. Essi hanno innalzato in tutta Europa, durante il Medioevo, un numero considerevole di abbazie ed hanno diffuso ovunque l'arte gotica, a tal punto da essere designati con l'appellativo di "missionari dell'arte gotica".
Lo spirito che anima questa architettura si rivela non solo nella razionalità dello spazio, ma anche nella robustezza di costruzione e nell'esclusione delle arti figurative; anche se non rifiutarono, inizialmente, una certa decorazione dei manoscritti.

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Santa Maria di Arabona - Particolare
Santa Maria di Arabona
Chiave di volta della campata
di incrocio tra la navata centrale
e il transetto
Certo: se guardiamo i singoli elementi dell'architettura cistercense, in relazione ad altre costruzioni precedenti o contemporanee, troveremo senz'altro motivi in comune, dei modelli. Ciò significa semplicemente che l'architettura cistercense non è piovuta dal cielo: i Cistercensi vivevano della cultura del loro tempo e usavano i materiali e le tecniche di costruzione del tempo.
Ma, considerando nel dettaglio l'architettura dei Cistercensi, ciò che spicca è la semplicità, la funzionalità - o, come diceva San Bernardo, l'autenticità- lo spogliamento che lascia intatti e visibili muri e strutture e mette in risalto l'armonia e la bellezza delle forme.
La semplicità di stile e la funzionalità di struttura sono un'esigenza di spiritualità ed un manifesto di povertà di cui l'Ordine fa professione. Non dobbiamo cercare lontano l'origine di questa estetica. L'ideale della riforma di Cîteaux era il ritorno alla Regola di san Benedetto nella sua purezza, la rectitudo regulæ. Lettera e spirito della regola monastica per eccellenza dell'occidente cristiano, concordavano nel delineare una vita in cui tutto il superfluo doveva essere tolto, e nell'invitare a non ricercare le soddisfazioni sensibili ma arrivare a gustare l'amore di Dio.
Secondo l'Exordium Parvum, scritto durante il governo di Stefano, sono severamente proibiti dagli statuti monastici gli affreschi, le sculture, le opere di oreficeria, i cori intagliati, i preziosi paramenti liturgici e tutto quello che sa di ostentazione e di ricchezza.
Nei primi anni la povertà stessa imponeva tali restrizioni. Si decise che nella casa di Dio non rimanesse nulla che ostentasse spirito di superbia e di vanità o che potesse corrompere la povertà che essi avevano scelto; i monaci confermarono di non voler fare uso di croci d'oro né d'argento, ma soltanto di croci lignee dipinte, né di candelabri se non di ferro, né di turiboli se non di rame o di ferro, né di casule se non di fustagno o di panno, né di camici se non di lino. Proibirono del tutto l'uso di mantelli, di cappe, di dalmatiche e di tuniche. Stabilirono che i calici fossero di argento, come la fistula eucaristica. Gli edifici, l'arredamento, le vesti e i vasi liturgici erano permeati di spirito di povertà. Non solo, dunque, frugalità del cibo e dei vestiti, né solamente rinuncia ad ogni proprietà personale, ma anche semplicità nel canto e negli edifici in cui i Cistercensi vivevano. una spiritualità, un'arte spirituale, come dice San Benedetto, il più possibile staccata, libera da tutto il sensibile.
In architettura, infatti, la sola imposizione tassativamente formulata dal Capitolo Generale consisteva nel proibire campanili in pietra, ritenuti inutili in quanto le abbazie erano costruite lontane dai centri abitati e dalle vie di comunicazione.
E il monastero è come l'officina (Regola di San Benedetto 4, 78) in cui si esercita tale arte. E nel monastero la chiesa è il luogo in cui si pratica nella sua forma più alta e pura. Difatti troviamo che nella chiesa la semplicità e lo spogliamento raggiungono il massimo, notevolmente più che nel chiostro, o nel capitolo. Il che è evidente nei più antichi monasteri rimasti: Fontenay, Senanque, Thoronet e Silvacane, in cui chiesa e monastero sono stati costruiti nella stessa epoca.
Lo scopo di questa "nudità" non va visto dal lato negativo: esso nasce dall'osservazione, già di sant'Agostino, che coloro che amano il mondo vivono la creazione per mezzo dei sensi, dimenticando così il Creatore che risiede nel più profondo di se stessi.
I Cistercensi, allora, sempre fedeli ai loro principi ascetici, rifiutarono - ad esempio - di adeguarsi al nuovo gusto, che sostituiva gli affreschi con le grandi vetrate istoriate. Non si vogliono qui condannare le sculture, le pitture, le vetrate colorate e istoriate delle cattedrali vescovili: esse sono come la Bibbia dei poveri e degli illetterati di quei tempi, ma vogliamo affermare risolutamente che per un monaco non possono che essere causa di distrazione.
Furono ugualmente esclusi, nelle chiese cistercensi, i pavimenti decorati ed istoriati. Per quanto riguarda l'illuminazione, erano consentiti solo cinque candelabri nella chiesa: uno sul gradino del presbiterio, uno nel mezzo del coro dei monaci, uno nel coro degli infermi, gli altri due nel coro dei conversi e nel luogo riservato agli ospiti.
I Cistercensi hanno saputo creare splendidi monumenti, nella pratica della povertà e in spirito di semplicità, con uno stile razionale, funzionale, pulito e decoroso, servendosi della pietra e del cotto: i materiali più facilmente reperibili dell'epoca; tutto nella vita del monaco cistercense, contribuiva ad unificare l'uomo, lo spirito. Anche i muri parlavano, così come il silenzio che li circondava: spogliamento e rinunce non certo per essere immiseriti e sviliti, ma per ritrovarsi colmi della "indicibile soavità dell'amore" (Regola di San Benedetto Prologo), di Dio e dei fratelli, frutto della schola caritatis; titolo che, a buon diritto, i cistercensi hanno dato al loro monastero.