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Monastero di Casamari

Di quelli che spesso puniti non vogliono correggersi

Capitolo ventottesimo

[1] Se un fratello punito spesso per qualsivoglia colpa, e infine anche scomunicato, non si sarà neppure allora corretto, riceva ancora una più aspra punizione, sia cioè sottoposto al castigo delle battiture. [2] Se poi non si emenderà nemmeno così, ovvero - che non sia mai - levatosi in superbia vorrà pure difendere la sua condotta, allora l'abate faccia come un esperto medico: [3] se ha usato i lenitivi, se gli unguenti delle esortazioni, se i medicamenti delle divine Scritture, se infine la bruciatura della scomunica o quella delle piaghe della verga, [4] e vede che a nulla approdano le sue industrie, adoperi anche, ciò che vale ancor più, la preghiera propria e di tutti i monaci per lui, [5] perché il Signore, che tutto può, operi la salute del fratello infermo.

[6] Ma se neppure in tal modo quello guarirà, allora l'abate si serva ormai del ferro dell'amputazione, come dice l'Apostolo: "Stroncate da voi il cattivo" [7] e così anche, "Se l'infedele va via, vada pure", [8] perché una pecora infetta non ammorbi tutto il gregge.

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Se i fratelli usciti dal monastero debbano essere di nuovo accettati

Capitolo ventinovesimo

[1] Il fratello che per propria colpa sia uscito dal monastero, se vorrà ritornare, prima prometta di correggersi pienamente del vizio per il quale è uscito, [2] e allora sia accettato, ma all'ultimo posto, perché da ciò si provi la sua umiltà. [3] Se poi uscirà di nuovo, potrà essere ricevuto a queste condizioni fino alla terza volta; ma sappia che dopo gli sarà preclusa ormai ogni possibilità di ritorno.

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Come debbano punirsi i fanciulli di minore età

Capitolo trentesimo

[1] Ad ogni età e ad ogni intelligenza deve corrispondere un trattamento proporzionato. [2] Perciò i fanciulli e i giovinetti, o quelli che non sono capaci d'intendere la portata della scomunica, [3] tutti questi, se commettono delle colpe, siano puniti con gravi digiuni o repressi con severe battiture, perché guariscano.

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Quale debba essere il cellerario del monastero

Capitolo trentunesimo

[1] A cellerario del monastero sia scelto dal seno della comunità uno che sia saggio, di seri costumi, sobrio, non mangione, non gonfio di sé, non turbolento, non proclive all'ingiuria, non avaro, non prodigo, [2] ma timorato di Dio. Per tutta la comunità egli dev'essere come un padre. [3] Abbia cura di tutti. [4] Senza consenso dell'abate non faccia nulla; [5] stia agli ordini ricevuti.

[6] Non dia motivi di dispiaceri ai fratelli; [7] se qualcuno di loro gli chiede qualcosa non ragionevolmente, non lo rattristi col disprezzo, ma sappia dir di no all'indebita richiesta col garbo della persuasione e con spirito di umiltà.

[8] Custodisca l'anima propria, memore sempre di quel detto dell'Apostolo, che chi esercita bene il suo ministero, si guadagna un buon posto.

[9] Degl'infermi, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri si prenda cura con somma diligenza, sapendo con ogni certezza che per tutti questi dovrà rendere conto nel giorno del giudizio.

[10] Tutta la suppellettile e i beni del monastero li consideri come gli oggetti sacri dell'altare. [11] Nulla stimi trascurabile. [12] Non vada dietro all'avarizia né sia prodigo e dissipatore dei beni del monastero, ma tutto operi con discrezione e secondo il comando dell'abate.

[13] Anzitutto sia umile, e quando ad uno non può concedere la cosa richiesta, gli dia una buona parola di risposta, [14] come dice la Scrittura: "Una parola buona vale più d'ogni dono prezioso".

[15] Si occupi solo di tutto ciò che l'abate gli avrà imposto: nelle cose invece da cui l'abate l'avrà escluso, non ardisca d'ingerirsi.

[16] La porzione assegnata per il vitto la dia ai fratelli senza arroganza né indugio, perché non si scandalizzino: ricordi che cosa meriti, secondo la divina parola, chi avrà scandalizzato uno dei piccoli.

[17] Se la comunità è numerosa, gli si concedano degli aiuti; coadiuvato da loro, potrà anche lui tranquillamente compiere ciò che gli è stato assegnato.

[18]Le cose che devono darsi e chiedersi, si diano e si chiedano al tempo conveniente, [19] perché nella Casa di Dio nessuno si turbi o si rattristi.

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Degli arnesi e degli oggetti del monastero

Capitolo trentaduesimo

[1]Quanto al patrimonio del monastero in arnesi o vesti o qualunque altro oggetto, l'abate si procuri dei fratelli che gli diano affidamento per la loro vita e i loro costumi, [2] e consegni a ciascuno le cose che egli crederà meglio, perché le custodiscano e le raccolgano. [3] Di esse l'abate conservi un inventario, affinché, quando i fratelli si avvicendano l'un l'altro negli uffici, egli sappia che cosa dà e che cosa riceve.

[4] Se qualcuno poi tratterà con poca pulizia o con negligenza le cose del monastero, venga ripreso. [5] Se non si emenderà, sia sottoposto alla punizione regolare.

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Se i monaci debbano avere qualcosa di proprio

Capitolo trentatreesimo

[1] Nel monastero bisogna soprattutto strappare fin dalle radici questo vizio: [2] nessuno ardisca dare o ricevere qualcosa senza licenza dell'abate, [3] né avere alcunché di proprio, assolutamente nulla: né libro, né tavolette, né stilo, proprio niente insomma; [4] perché i monaci non sono ormai più padroni del loro corpo né della loro volontà.

[5] Invece tutte le cose necessarie devono sperarle dal padre del monastero. Né sia lecito avere alcuna cosa che l'abate non abbia data o permessa. [6] Tutto sia comune a tutti, com'è scritto; e nessuno dica o consideri qualche cosa come sua.

[7] E se si scoprirà che qualcuno è incline a questo tristissimo vizio, sia ripreso una prima ed una seconda volta; [8] se non si emenderà, soggiaccia al castigo.

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Se tutti debbano ricevere il necessario in misura eguale

Capitolo trentaquattresimo

[1] Come è scritto: "Si distribuiva a ciascuno secondo il proprio bisogno". [2] Con ciò non vogliamo dire che si facciano - non sia mai - preferenze personali, ma che si tenga conto delle infermità; [3] sicché chi ha meno necessità, renda grazie a Dio e non stia di malumore; [4] chi invece è più bisognoso, si umilii per la sua infermità, e non s'insuperbisca per le attenzioni che riceve: [5] e così tutte le membra saranno in pace. [6] Soprattutto vogliamo che non si manifesti per qualunque ragione né in qualunque parola o altra espressione il vizio della mormorazione. [7] E se qualcuno sarà colto in esso, soggiaccia a ben severo castigo.

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Dei settimanari di cucina

Capitolo trentacinquesimo

[1] I fratelli si servano l'un l'altro, sicché nessuno sia dispensato dall'ufficio della cucina, se non perché infermo ovvero occupato in affare di grande utilità, [2] giacché con ciò si guadagna una maggiore ricompensa e un maggior merito di carità.

[3] Ai deboli poi si procurino degli aiuti, perché non compiano il lavoro di malanimo, [4] ma abbiano tutti degli aiuti secondo le esigenze della comunità e le condizioni del luogo. [5] Se la comunità è numerosa, sia dispensato dal servizio della cucina il cellerario e quelli che siano occupati, come abbiamo detto, in uffici di maggiore utilità; [6] gli altri si prestino a vicenda il servizio in spirito di carità.

[7] Chi sta per uscire dalla sua settimana, il sabato faccia le pulizie. [8] Lavino i panni con cui i fratelli si asciugano le mani e i piedi; [9] i piedi poi li lavino a tutti tanto chi esce quanto chi entra. [10] Chi esce restituisca puliti e in buono stato gli utensili del proprio ufficio al cellerario, [11] il quale a sua volta li consegnerà al fratello che entra, per sapere ciò che dà e ciò che riceve.

[12] I settimanari poi un'ora prima della refezione prendano in più, sulla porzione stabilita, un bicchiere di vino per ciascuno e un po' di pane, [13] perché all'ora del pasto servano ai loro fratelli senza lagnanze né grave fatica; [14] nei giorni solenni però aspettino sino alla comunione della Messa.

[15] Sia i settimanari che entrano, sia quelli che escono, la domenica nell'oratorio, subito dopo la fine delle Lodi, si prostrino ai ginocchi di tutti, chiedendo che si preghi per loro. [16] Chi esce di settimana dica questo verso: "Sii benedetto, Signore Iddio, che mi hai aiutato e consolato", [17] e quando esso è stato detto tre volte e chi esce ha ricevuto la benedizione, gli succeda chi entra e dica: "O Dio, volgiti in mio soccorso; Signore, affrettati ad aiutarmi", [18] e ripetuto anche questo verso da tutti tre volte, egli riceva la benedizione ed entri nel suo ufficio.

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Dei fratelli infermi

Capitolo trentaseiesimo

[1] Degl'infermi si deve aver cura prima di tutto e a preferenza d'ogni altra cosa, sicché davvero si serva a loro come a Cristo in persona: [2] infatti Egli disse: "Fui infermo e mi visitaste"; [3] ed anche: "Quel che avete fatto ad uno di questi piccoli, l'avete fatto a me".

[4] Gl'infermi dal canto loro riflettano che si serve ad essi per onorare Dio, e non molestino con troppe esigenze i fratelli che li assistono; [5] d'altra parte però devono esser tollerati con pazienza, perché per tali malati si guadagna una più larga mercede.

[6] Quindi l'abate curi con somma attenzione che non abbiano a soffrire qualche negligenza.

[7] Per i fratelli infermi ci sia un locale distinto destinato a questo scopo, e un infermiere timorato di Dio, diligente e premuroso.

[8] L'uso dei bagni si offra ai malati ogni volta che è necessario; ai sani invece e specialmente ai giovani si permetta più di rado. [9] Agl'infermi molto deboli si conceda di mangiar carne per ristorare le forze; ma appena si siano ristabiliti, si astengano tutti al solito dalle carni.

[10] Solertissima cura abbia l'abate che il cellerario o gli assistenti non trascurino i malati: e cade a sua responsabilità ogni mancanza che commettono i discepoli.

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Dei vecchi e dei fanciulli

Capitolo trentasettesimo

[1] Benché la stessa natura umana sia portata a compassione verso queste due età, cioè dei vecchi e dei fanciulli, pure è bene che intervenga per loro anche l'autorità della Regola. [2] Si tenga sempre conto della loro debolezza, e non si applichi affatto per essi la severità della Regola riguardo agli alimenti; [3] siano piuttosto oggetto di un'amorevole indulgenza e anticipino sulle ore regolari della refezione.

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