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Monastero di Casamari

Del lettore di settimana

Capitolo trentottesimo

[1] Alle mense dei fratelli non deve mancare la lettura. Né avvenga che uno qualsiasi, a casaccio, afferri un libro e si metta a leggere a refettorio, ma ci sia un lettore stabilito per tutta la settimana, il quale entri al suo ufficio la domenica. [2] Egli, nell'entrare in ufficio, dopo la Messa e la Comunione chieda a tutti che preghino per lui, perché Dio lo tenga lontano dallo spirito di superbia; [3] e si dica nell'oratorio da tutti per tre volte questo verso, cominciato dal lettore: "Signore aprirai le mie labbra, e la mia bocca dirà la tua lode". [4] E così ricevuta la benedizione, egli entri al suo servizio di lettore.

[5] Si osservi a tavola un perfetto silenzio, sicché non si oda bisbiglio di alcuno, né altra voce se non quella del lettore. [6] Ciò che poi è necessario per mangiare e bere, i fratelli se lo porgano a vicenda, in modo che nessuno sia costretto a domandare alcunché. [7] Se tuttavia di qualche cosa ci fosse bisogno, si chieda col leggero suono di un oggetto qualunque piuttosto che con la parola. [8] Né ardisca alcuno fare allora qualche interrogazione sul brano che si legge o su altri punti, per non offrire occasione di parlare; [9] salvo che il superiore non voglia dire lui brevemente qualche parola per edificazione.

[10] Il fratello lettore di settimana prenda un po' di vino prima di cominciare a leggere, sia per la santa Comunione, sia perché non gli riesca troppo gravoso sopportare il digiuno; [11]dopo mangi con i settimanari di cucina e con i servitori di mensa.

[12] I fratelli poi non tutti leggano o cantino in ordine d'anzianità, ma solo quelli che siano atti ad edificare gli uditori.

I N D I C E


Della misura del cibo

Capitolo trentanovesimo

[1] Crediamo che per la refezione quotidiana sia di sesta che di nona, avendo riguardo alle infermità dell'uno o dell'altro, bastino in tutti i mesi due pietanze cotte: [2] sicché se qualcuno non ha potuto mangiare della prima, si possa ristorare con l'altra. [3] Dunque due pietanze cotte bastino a tutti i fratelli. E se sarà facile procurarsi frutta o teneri legumi, se ne aggiunga una terza.

[4] Di pane sia sufficiente una libbra di buon peso al giorno, sia quando vi è una sola refezione, sia quando vi è il pranzo e la cena. [5] Quando si deve anche cenare, il cellerario ritenga un terzo di quella libbra per distribuirlo a cena.

[6] Se per caso si fosse compiuto un lavoro più gravoso del solito, l'abate avrà piena facoltà, se gli sembrerà opportuno, di aggiungere ancora qualche cosa, [7] purché ad ogni modo si eviti l'intemperanza, e il monaco non si lasci mai cogliere dall'ingordigia. [8] Nulla infatti è così sconveniente ad ogni cristiano quanto l'eccesso del cibo, [9] come dice il Signor nostro: "Siate attenti perché i vostri cuori non siano aggravati dal soverchio cibo".

[10] Ai fanciulli poi più piccoli non si dia la medesima quantità, ma inferiore a quella dei grandi, osservando in tutto la sobrietà. [11] Quanto alle carni dei quadrupedi, tutti si astengano assolutamente dal mangiarne, eccetto gl'infermi che siano molto deboli.

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Della misura della bevanda

Capitolo quarantesimo

[1] "Ognuno ha il suo proprio dono da Dio; chi uno chi un altro", [2] ed è per ciò che stabiliamo con una certa perplessità la misura del vitto altrui.

[3] Nondimeno, avendo considerazione della debolezza dei più bisognosi, crediamo che basti per ciascuno un'emina di vino al giorno. [4] Quelli poi a cui Dio concede di sapersene astenere, siano convinti che ne riceveranno una particolare ricompensa.

[5] Se poi la condizione del luogo o il lavoro speciale o il calore dell'estate richiedesse un supplemento, il superiore abbia facoltà di darlo, ma vigili attentamente perché nessuno giunga alla sazietà o all'ubriachezza.

[6] Leggiamo, è vero, che il vino non è per i monaci: ma poiché ai monaci dei tempi nostri ciò non si può fare comprendere, conveniamo almeno in questo, di non bere fino alla sazietà, ma moderatamente, [7] perché il vino fa traviare anche i saggi.

[8] Quando poi le condizioni del luogo sono tali che non si possa trovare neppure la suddetta misura, ma se ne trovi molto di meno o addirittura nulla, benedicano Dio i monaci che vi abitano, e non mormorino: [9] di questo soprattutto li ammoniamo, che si tengano lontani da ogni mormorazione.

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In quali ore i fratelli debbano prendere i pasti

Capitolo quarantunesimo

[1] Dalla santa Pasqua sino a Pentecoste i fratelli pranzino a sesta e cenino la sera. [2] Da Pentecoste poi e per tutta l'estate, se i monaci non hanno forti lavori campestri o l'eccessivo calore della stagione non l'impedisce, il mercoledì e il venerdì digiunino sino a nona; [3] negli altri giorni pranzino a sesta. [4] Ma se avranno lavori nei campi o se il caldo dell'estate sarà soverchio, anche in quei due giorni il pranzo sarà a sesta: e ciò sia rimesso al provvido giudizio dell'abate. [5] Ed egli tutto moderi e disponga in modo che le anime si salvino, e quello che i fratelli fanno, lo facciano senza fondato motivo di mormorazione.

[6] Dal 13 di settembre fino all'inizio della Quaresima prendano il pasto sempre a nona.

[7] In Quaresima poi, fino a Pasqua, mangino all'ora di vespro. [8] L'Ufficio di Vespro però si celebri a un'ora tale, per cui durante il pasto non sia necessario il lume della lucerna, ma si compia tutto mentre ancora è giorno. [9] Del resto anche in tutti gli altri tempi tanto l'ora della cena quanto quella dell'unica refezione si regoli in modo, che tutto si faccia con la luce del giorno.

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Che dopo Compieta nessuno parli

Capitolo quarantaduesimo

[1] Sempre i monaci devono osservare con cura il silenzio, ma soprattutto nelle ore notturne. [2] Perciò in ogni tempo, sia nei giorni di digiuno che in quelli del doppio pasto, le cose si disporranno nel seguente modo. [3] Se è un giorno di doppia refezione, appena si sono alzati da cena, vadano tutti a sedersi insieme, ed uno legga le "Collazioni" o le "Vite dei Padri" o altra opera che edifichi gli ascoltatori; [4] ma non i primi sette libri della Bibbia o quelli dei Re, perché alle menti deboli non sarebbe utile a quell'ora udire questi libri della Scrittura, che però in altri tempi si devono leggere.

[5]Se poi è giorno di digiuno, celebrato il Vespro si lasci un breve intervallo, e quindi vadano alla lettura in comune delle "Collazioni", come si è detto; [6] si leggano quattro o cinque fogli o quanto l'ora permette, [7] e durante quest'indugio della lettura tutti si raccolgano insieme, anche quelli che si trovino occupati in qualche incombenza del loro ufficio. [8] Radunati dunque così tutti insieme, dicano Compieta; e quando ne escono, a nessuno sia più lecito di proferire alcuna parola.

[9] Se si troverà qualcuno a trasgredire questa regola del silenzio, sia sottoposto a grave castigo, [10] eccetto il caso che sia sopraggiunta la necessità di trattare con ospiti o che l'abate abbia comandato ad uno qualche cosa: [11] ma anche allora tutto si compia con somma gravità e delicatissimo ritegno.

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Di quelli che giungono tardi all'Ufficio divino o alla mensa

Capitolo quarantatreesimo

[1] Quando è l'ora del divino Ufficio, appena udito il segno, si lasci subito qualunque cosa si abbia tra le mani e si corra con somma sollecitudine, [2] ma sempre con gravità, perché non vi trovi incentivo la leggerezza. [3] Dunque all'Opera di Dio non s'anteponga nulla.

[4] Se qualcuno all'Ufficio notturno giungerà dopo il Gloria del salmo novantesimo quarto, che appunto per ciò vogliamo che si canti molto posatamente e con lentezza, non stia in coro al posto suo, [5] ma si fermi all'ultimo posto, o nel luogo appartato che l'abate avrà stabilito per tali negligenti perché siano veduti da lui e da tutti, [6] ed ivi rimanga fino al termine del divino Ufficio: allora darà soddisfazione con una pubblica penitenza.

[7] Abbiamo ritenuto poi opportuno che essi restino in ultimo o in disparte, perché vedendosi esposti allo sguardo di tutti, almeno per la stessa vergogna si correggano. [8] A lasciarli infatti fuori dell'oratorio, ci sarà forse qualcuno che ritorni a letto e si addormenti, oppure se ne sieda fuori a suo bell'agio, o anche si dia a chiacchierare, prestando così occasione al demonio. [9] Invece entrino dentro, perché non perdano proprio tutto, e si emendino per l'avvenire.

[10] Nelle Ore del giorno, chi dopo il verso e il Gloria del primo salmo che segue al verso non sia ancora giunto all'Opera di Dio, stia in ultimo secondo la norma suddetta, [11] e non ardisca, fino a soddisfazione compiuta, di associarsi al coro dei fratelli salmodianti, a meno che l'abate per sua indulgenza non glielo permetta; [12] anche in tal caso però il reo deve fare la soddisfazione della sua colpa.

[13] Alla mensa poi, chi non sia arrivato prima del verso, in modo che tutti insieme dicano il verso e preghino, e tutti insieme pure si siedano a mensa, [14] se la mancanza è dovuta a negligenza o cattiva volontà, sia ripreso per questa colpa sino alla seconda volta. [15] Se ancora non si corregge, sia escluso dalla partecipazione alla mensa comune, [16] e appartato dal consorzio di tutti i fratelli mangi da solo, privato pure della sua porzione di vino, finché non abbia soddisfatto e non si sia emendato.

[17] A simile pena soggiaccia chi non sia stato presente al verso che si dice dopo il pasto.

[18] E nessuno ardisca prendere del cibo o della bevanda prima o dopo dell'ora stabilita. [19] Chi poi rifiuta qualche cosa che il superiore gli offre, quando desidererà ciò che prima ha ricusato od altro, non riceva assolutamente nulla, finché non dia conveniente prova d'essersi corretto.

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Come debbano fare la soddisfazione gli scomunicati

Capitolo quarantaquattresimo

[1] Colui che per gravi colpe è scomunicato dall'oratorio e dalla mensa, quando il divino Ufficio nell'oratorio ha termine, se ne giaccia prostrato avanti la porta dell'oratorio: non dica nulla, [2] ma solo stia lì prosteso, col capo volto a terra, ai piedi di tutti i fratelli che escono dall'oratorio. [3] E ciò continui a fare finché l'abate giudicherà sufficiente la soddisfazione.

[4] Quando poi ne avrà avuto dall'abate l'invito, vada e si getti ai suoi piedi, e quindi ai piedi di tutti, perché preghino per lui.

[5] E allora, se l'abate ne darà licenza, venga riammesso in coro al suo posto o a quello che l'abate avrà stabilito, [6] sempre però a condizione che non osi nell'oratorio a solo cantare né recitare salmo o lezione o altro, se l'abate non gli dia un ulteriore permesso. [7] E in tutte le Ore, quando l'Opera di Dio finisce, si prostri a terra nel posto dov'è. [8] E così soddisfaccia finché l'abate ancora una volta non gli ordini di cessare ormai da questa penitenza.

[9] Quelli poi che per colpe lievi sono scomunicati solo dalla mensa, facciano la soddisfazione nell'oratorio fino al comando dell'abate, [10] e la ripetano finché egli dia la benedizione e dica: Basta.

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Di quelli che sbagliano nell'oratorio

Capitolo quarantacinquesimo

[1] Se qualcuno sbaglia nel recitare salmo, responsorio, antifona o lezione, e non si umilia subito lì stesso col soddisfare dinanzi a tutti, sia sottoposto a più grave punizione, [2] poiché non ha voluto correggere con l'umiltà l'errore commesso per negligenza.

[3] I fanciulli poi per tale colpa siano battuti.

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Di quelli che commettono qualunque altro fallo

Capitolo quarantaseiesimo

[1] Se qualcuno, mentre attende a un lavoro qualsiasi in cucina, nella dispensa, nei servizi, nel molino, nell'orto, in qualche arte, o mentre si trova in qualunque altro luogo commette un fallo, [2] o rompe o perde un oggetto, o si rende in qualsiasi luogo reo di qualche mancanza, [3] e non viene subito dinanzi all'abate o alla comunità a soddisfare da sé e a confessare la sua colpa, [4] quando questa fosse conosciuta per mezzo di altri, venga sottoposto a maggiore castigo.

[5] Se poi si tratterà di un morbo occulto nel segreto della coscienza, si manifesti soltanto all'abate o ai seniori spirituali, [6] che sappiano curare le piaghe proprie e le altrui, e non svelarle e renderle di pubblico dominio.

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