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Monastero di Casamari

Di quelli che esercitano un'arte nel monastero

Capitolo cinquantasettesimo

[1] Se nel monastero vi sono fratelli esperti in qualche arte, la esercitino pure, ma con tutta umiltà e solo con il consenso dell'abate. [2] Se però qualcuno di loro s'insuperbisce per la perizia che ha nell'arte sua, perché crede di portare un utile al monastero, [3] costui sia tolto dall'esercizio di quell'arte e non vi sia più ammesso, salvo che non si umilii e l'abate non glielo permetta di nuovo.

[4] Se poi qualche prodotto del lavoro di tali artigiani si debba vendere, quelli che hanno l'incombenza di trattare la cosa siano cauti a non commettere alcuna frode: [5] si ricordino sempre di Anania e Safira, perché la morte che questi subirono nel corpo, [6] essi e tutti quelli che avranno defraudato le sostanze del monastero non abbiano a soffrirla nell'anima.

[7] Negli stessi prezzi poi non s'insinui il vizio della cupidigia, [8] ma si venda sempre a prezzi un po' inferiori a quelli correnti fra i secolari, [9] perché in tutto sia glorificato Dio.

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Della procedura per l'accettazione dei fratelli

Capitolo cinquantottesimo

[1] Quando un nuovo aspirante viene alla vita monastica, non lo si ammetta tanto facilmente; [2] ma, come dice l'Apostolo, "provate gli spiriti, se siano secondo Dio". [3] Se dunque chi è venuto persevererà a picchiare, e dopo quattro o cinque giorni si vedrà che ha saputo tollerare con pazienza le ingiurie inflittegli e la difficoltà dell'ingresso, e che persiste ancora nella sua domanda, [4] gli si conceda d'entrare, e stia per pochi giorni nella foresteria.

[5] Dopo invece dimori nel locale dei novizi, dove essi si esercitino, mangino e dormano. [6] E venga destinato a loro un anziano che sia adatto a guadagnare anime; ed egli li scruti con somma attenzione. [7] Si preoccupi di osservare se il novizio cerchi davvero Dio, se sia fervoroso per l'Opera di Dio, per l'obbedienza, per la tolleranza delle umiliazioni.

[8] Gli si prospetti tutto ciò che di duro e di penoso ha la strada che conduce a Dio. [9] Se prometterà d'essere perseverante nella sua stabilità, dopo che sono passati due mesi gli si legga per ordine questa Regola, [10] e gli si dica: Ecco la legge sotto la quale vuol militare; se puoi osservarla, entra, se non puoi, va' pure via liberamente.

[11] Se ancora persisterà, venga condotto nel suddetto locale del noviziato e di nuovo sia provato in ogni esercizio di pazienza. [12] Dopo il corso di sei mesi gli si legga la Regola, perché sappia quale vita intende abbracciare. [13] E se ancora sta fermo, dopo quattro mesi gli si rilegga ancora una volta la medesima Regola.

[14] Se poi dopo matura riflessione prometterà di esser fedele in tutto e di eseguire ogni prescrizione, allora sia accolto nella comunità; [15] ma sappia bene che anche l'autorità della Regola stabilisce che non gli è ormai più lecito da quel giorno uscire dal monastero, [16] né scuotere il collo da quel giogo della Regola, che sì lunga ponderazione ebbe libertà di declinare o di accettare.

[17] Il novizio che dev'essere ammesso prometta nell'oratorio alla presenza di tutti la sua stabilità, la conversione dei suoi costumi e l'obbedienza, [18] dinanzi a Dio e ai suoi Santi, perché, se dovesse un giorno far diversamente, sappia che ne sarà condannato da Colui del quale si burla.

[19] Di tale promessa rediga una carta di petizione nel nome dei Santi di cui si conservano lì le reliquie, e dell'abate presente. [20] Questa carta la scriva lui di sua mano, oppure, se egli è ignaro di lettere, la scriva a sua richiesta un altro, e quel novizio vi apponga un segno; di sua mano poi la collochi sull'altare. [21] Quando ve l'ha posta, il novizio cominci subito a cantare questo verso: "Accoglimi, Signore, secondo la tua parola, e vivrò: e non mi lasciar deluso nelle mie speranze". [22] Tutta la comunità risponda al versetto per tre volte e aggiunga infine il Gloria al Padre.

[23] Allora quel fratello novizio si prostri ai piedi di ciascuno, perché preghino per lui, e da quel giorno sia ormai computato fra i membri della comunità.

[24] Se ha delle sostanze, o le dispensi prima ai poveri, o le passi al monastero con una donazione legale, non riservando per sé nulla di tutti i suoi beni, [25] poiché sa che da quel giorno egli non sarà più padrone neppure del proprio corpo.

[26] Subito dopo dunque sia spogliato nell'oratorio degli abiti propri che indossa e sia vestito di quelli del monastero. [27] Quelle vesti però che ha smesse, siano riposte nel guardaroba per esservi conservate, [28] in modo che, se un giorno dovesse - non sia mai - acconsentire al diavolo e uscire dal monastero, venga svestito della roba del monastero e mandato via. [29] Quella sua carta però che l'abate prese dall'altare, non gli si restituisca, ma rimanga custodita nel monastero.

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Dei figli di ricchi o dei poveri che vengono offerti

Capitolo cinquantanovesimo

[1] Se mai qualche ricco offre il figlio a Dio nel monastero, e il fanciullo è ancora minorenne, i genitori stendano la petizione suddetta, [2] e con l'oblazione della Messa avvolgano la carta della petizione e la mano del fanciullo nella tovaglia dell'altare, e così lo offrano.

[3] Dei loro beni poi in quella carta promettano sotto giuramento, che né da sé, né per interposta persona, né in qualunque altro modo gli daranno mai alcuna cosa, né gli presteranno mai occasione di averla; [4] oppure, se non vogliono far ciò e desiderano per compenso offrire qualcosa al monastero in elemosina, [5] facciano regolare donazione al monastero dei beni che intendono dare, riservandosene, se così preferiscono, l'usufrutto. [6] E tutte le vie siano precluse in tal modo, che al fanciullo non rimanga nessun appiglio di illusione per cui possa - non sia mai - ingannarsi e perire: ciò che abbiamo appreso per esperienza.

[7] Allo stesso modo procedano quelli di condizione meno agiata. [8] Coloro poi che non possiedano affatto nulla, stendano semplicemente la petizione e con l'oblazione del Sacrificio offrano il loro figlio dinanzi a testimoni.

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Dei sacerdoti che volessero stabilirsi nel monastero

Capitolo sessantesimo

[1] Se qualcuno dell'ordine sacerdotale domanda di esser ricevuto nel monastero, non gli si acconsenta troppo presto. [2] Tuttavia se persevera con insistenza in tale richiesta, sappia che egli dovrà osservare tutta la disciplina della Regola; [3] né alcun punto di essa verrà mitigato a suo favore, sicché gli si potrà dire come sta scritto: "Amico, a qual fine sei venuto?".

[4] Gli si conceda nondimeno di prendere posto dopo l'abate, di benedire e di celebrare la Messa, purché l'abate glielo comandi, [5] altrimenti non pretenda in alcun modo nulla, convinto di essere soggetto alla disciplina regolare; anzi a tutti offra esempi di umiltà.

[6] E se occorrerà nel monastero la nomina ad un ufficio o qualche altro grave affare, [7] egli sia considerato secondo il posto che gli spetta per anzianità d'ingresso nel monastero, non secondo quello che gli è stato concesso per riverenza al sacerdozio.

[8] Se poi qualche chierico, spinto dallo stesse desiderio, vorrà essere aggregato al monastero, sia collocato in un posto intermedio, [9] ma anche lui a condizione che prometta l'osservanza della Regola e la propria stabilità.

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Come debbano accogliersi i monaci pellegrini

Capitolo sessantunesimo

[1] Se un monaco pellegrino, sopraggiunto da lontane regioni, vuole abitare come ospite nel monastero [2] ed è contento del tenore di vita che trova nel luogo e non turba con le sue pretese la comunità, [3] ma si contenta con semplicità di ciò che trova, sia pure ricevuto per quanto tempo desidera. [4] Anzi, se egli ragionevolmente e con umile carità biasima o suggerisce qualche cosa, l'abate esamini prudentemente se il Signore non lo abbia inviato proprio a questo fine.

[5] Se poi dopo vorrà stabilirsi definitivamente nel monastero, non si respinga questo suo desiderio, tanto più che nel tempo in cui vi ha dimorato si è potuta ben conoscere la sua vita.

[6] Se però mentre è stato ospite si è dimostrato troppo esigente o vizioso, non solo non deve venire aggregato al corpo della comunità, [7] ma dev'essere anche con bel garbo invitato a partirsene, perché dalla sua miseria non soffrano contagio pure gli altri.

[8] Se invece non è tale da meritare l'espulsione, non solo lo si accolga in comunità se egli ne fa richiesta, [9] ma anche lo si persuada a rimanere, affinché gli altri imparino dal suo esempio: [10] del resto in ogni luogo si serve al medesimo Signore e si milita per il medesimo Re.

[11] Anzi, se l'abate s'accorgerà che ne sia meritevole, potrà pure collocarlo ad un posto alquanto più elevato. [12] E non solo ad un monaco, ma anche ad uno che venga dai suddetti gradi dei sacerdoti o dei chierici, l'abate può assegnare un posto superiore a quello dovuto per l'ingresso nel monastero, se ha notato che la loro condotta lo merita.

[13] Badi bene però l'abate a non ammettere mai nella propria comunità un monaco d'un altro noto monastero senza il consenso o le lettere commendatizie del suo abate, [14] perché è scritto: "Ciò che non vuoi fatto a te, non farlo ad altri".

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Dei sacerdoti del monastero

Capitolo sessantaduesimo

[1] Se un abate vorrà che un monaco gli venga ordinato sacerdote o diacono, scelga tra i suoi chi sia degno di esercitare l'ufficio sacerdotale.

[2] L'ordinato poi si guardi dalla vanagloria e dalla superbia, [3] e non ardisca far nulla fuori di ciò che l'abate gli comanda, ricordandosi di dover essere più degli altri sottomesso alla disciplina regolare.

[4] Né col pretesto del suo sacerdozio dimentichi l'obbedienza alla Regola e la disciplina, ma anzi progredisca sempre più nelle vie di Dio.

[5] Conservi sempre il posto che gli spetta secondo il suo ingresso in monastero [6] eccetto che per le funzioni dell'altare, e salvo il caso che il voto della comunità e la volontà dell'abate non lo abbiano promosso per il merito della sua vita. [7] Ma anche allora sappia che gli tocca osservare la disciplina stabilita riguardo ai decani ed ai priori.

[8] Se oserà agire diversamente, sia considerato non sacerdote ma ribelle. [9] E se, avvertito più volte, non si correggerà, si chiami anche il vescovo a testimone. [10] Se poi non si emenderà neppure così e le sue colpe diverranno sempre più manifeste, venga espulso dal monastero, [11] purché però sia stato così ostinato da non volere sottomettersi ed obbedire alla Regola.

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Dell'ordine della comunità

Capitolo sessantatreesimo

[1] Tutti nel monastero conservino i loro posti secondo la distinzione determinata dal tempo d'ingresso, o dal merito della condotta, o dalla volontà dell'abate. [2] L'abate però non scompigli il gregge che gli è stato affidato, né comandi alcuna cosa ingiustamente quasi facendo uso d'un potere dispotico; [3] ma pensi sempre che di tutti i suoi giudizi ed azioni dovrà rendere conto a Dio.

[4] Dunque secondo i posti che stabilirà lui o che i fratelli avranno da sé, così si seguano nell'andare al bacio di pace e alla Comunione, nel cantare i salmi, nello stare in coro; [5] e in tutti i luoghi l'età non dev'essere criterio di distinzione né di preferenza per i posti, [6] perché Samuele e Daniele ancora fanciulli furono giudici degli anziani. [7] Perciò, eccetto quelli che, come abbiamo detto, per ragioni superiori e per fondati motivi l'abate avrà preposti o degradati, tutti gli altri abbiano il posto secondo il tempo in cui sono entrati: [8] sicché, per esempio, chi è venuto in monastero alla seconda ora del giorno deve ritenersi più giovane di chi è venuto alla prima ora, qualunque sia la sua età o il suo grado sociale. [9] Per i fanciulli però in tutto e da tutti si conservi la disciplina.

[10] I più giovani onorino dunque quelli che sono più anziani di loro, gli anziani amino i più giovani. [11] Nello stesso chiamarsi a nome, nessuno si permetta di chiamare un altro col semplice nome, [12] ma gli anziani diano ai giovani l'appellativo di "fratelli", e i più giovani usino per gli anziani il nome di "nonni", che significa "Paterna Riverenza".

[13] L'abate poi, giacché si sa per fede che fa le veci di Cristo, sia chiamato "signore" e "abate", non per presunzione sua, ma per onore ed amore di Cristo. [14] Dal canto suo egli pensi alla sua dignità, e si dimostri meritevole di tale onore.

[15] Dovunque i fratelli s'incontrano, il più giovane chieda la benedizione al più anziano; [16] quando passa un anziano; il più giovane si alzi e gli offra da sedere; né ardisca di sedersi con lui se l'anziano non glielo permetta, [17] perché si avveri ciò che è scritto: "Prevenitevi a vicenda nel rendervi onore".

[18] I fanciulli piccoli e gli adolescenti nell'oratorio e a mensa conservino secondo la disciplina i loro posti; [19] fuori invece e in qualunque altro luogo stiano sotto custodia e disciplina, finché non giungano all'età della discrezione.

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