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Monastero di Casamari

Dell'elezione dell'abate

Capitolo sessantaquattresimo

[1] Nell'elezione dell'abate si segua il criterio di costituire in tale ufficio colui che sia stato scelto da tutta la comunità concordemente secondo il timore di Dio, o anche solo da una parte di essa, sia pure piccola, ma con più savio consiglio. [2] Chi poi dev'essere costituito abate sia scelto in base alla dignità della vita e alla scienza delle cose spirituali, anche se fosse l'ultimo nell'ordine della comunità.

[3] Se invece i monaci anche tutti d'accordo eleggessero - non sia mai - una persona che consentisse ai loro vizi, [4] e tali vizi venissero per qualunque via a sicura conoscenza del vescovo alla cui diocesi quel luogo appartiene, o degli abati o dei cristiani vicini, [5] essi impediscano che prevalga il concorde volere dei cattivi e stabiliscano un degno amministratore alla casa di Dio: [6] sapendo che ne riceveranno copiosa mercede, se lo faranno con rettitudine d'intenzione e per zelo dell'onore di Dio, mentre al contrario commetterebbero una colpa se non se ne curassero.

[7] Chi poi è stato costituito abate, pensi sempre qual peso s'è addossato e a chi dovrà rendere conto della sua gestione. [8] Sappia che è suo dovere più il giovare che il comandare. [9] Bisogna dunque ch'egli sia versato nella conoscenza, della legge divina, perché abbia la perizia e la materia per trarre insegnamenti nuovi e antichi; sia casto, sobrio, indulgente [10] e sempre faccia prevalere la misericordia sulla giustizia, per meritare anche lui lo stesso. [11] Odii i vizi, ami i fratelli.

[12] Anche nel punire agisca con prudenza, e sia attento a non eccedere, perché non avvenga che mentre vuol troppo raschiare la ruggine, si rompa il vaso: [13] consideri sempre con diffidenza la sua fragilità e ricordi che la canna percossa non bisogna spezzarla. [14] Con ciò non intendiamo dire che permetta il fomentarsi dei vizi, ma che deve stroncarli con prudenza e carità, secondo che gli parrà più conveniente per ciascuno, come già dicemmo; [15] e si sforzi d'essere amato piuttosto che temuto.

[16] Non sia turbolento ed agitato, non sia petulante ed ostinato, non geloso e troppo sospettoso, perché non avrebbe mai pace; [17] negli stessi suoi comandi sia previdente ed assennato, e tanto se la cosa ch'egli impone è d'indole spirituale, quanto se riguarda gli affari temporali, egli proceda con discernimento e moderazione, [18] tenendo presente la discrezione del santo patriarca Giacobbe che diceva: "Se i miei greggi li farò stancare troppo a camminare, mi morranno tutti in un solo giorno".

[19] Seguendo dunque questi ed altri ammaestramenti della discrezione, la quale è madre delle virtù, regoli tutto in modo che i forti abbiano di che esser bramosi e i deboli d'altra parte non si sgomentino.

[20] E soprattutto serbi intatta in ogni punto la presente Regola, [21] perché, dopo aver bene amministrato, possa udire dal Signore ciò che udì il buon servo che aveva dispensato il frumento ai suoi compagni nel tempo opportuno. [22] "In verità vi dico (egli afferma), gli diede potere sopra tutti i suoi beni".

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Del priore del monastero

Capitolo sessantacinquesimo

[1] Spesso purtroppo accade che per la nomina del priore sorgano nei monasteri gravi scandali, [2] perché ci sono alcuni che, gonfi del maligno spirito della superbia, pensano di essere altrettanti abati, e arrogandosi un'autorità assoluta, nutrono scandali e provocano dissensi nelle comunità, [3] specialmente in quei luoghi dove dal medesimo vescovo o da quei medesimi abati che stabiliscono in carica l'abate, viene stabilito anche il priore.

[4] Quanto ciò sia irragionevole è facile comprenderlo, poiché fin dal principio stesso del suo ufficio gli viene offerta materia per insuperbirsi; [5] i suoi pensieri infatti gli suggeriranno che egli è indipendente dall'autorità abbaziale: [6] perché anche tu sei stato stabilito in carica da quelli stessi che hanno stabilito l'abate.

[7] Da qui ecco nascere invidie, liti, detrazioni, rivalità, dissensi, disordini; [8] sicché, mentre l'abate e il priore discordano l'uno dall'altro, le loro stesse anime necessariamente vengono per tale scissione a trovarsi in pericolo, [9] e i loro sudditi, parteggiando per l'uno o per l'altro, vanno in perdizione. [10] Situazione disastrosa, la cui responsabilità risale, come a fonte, a quelli che provocarono un tale disordine.

[11] Perciò noi abbiamo giudicato necessario, per la conservazione della pace e della carità, che dalla volontà dell'abate dipenda tutta l'organizzazione del suo monastero. [12] E se è possibile, tutte le esigenze del cenobio vengano regolate, come sopra disponemmo, per mezzo di decani, secondo che avrà prescritto l'abate, [13] perché, ripartendosi il compito tra più persone, uno da solo non s'insuperbisca.

[14] Ma se o il luogo lo richiede, o la comunità ragionevolmente ed umilmente lo domanda, e l'abate lo giudica conveniente, [15] egli stesso scelga uno col consiglio di fratelli timorati di Dio, e se lo costituisca lui nell'ufficio di priore.

[16] E il priore, dal canto suo, faccia con gran rispetto tutto ciò che gli venga ingiunto dal suo abate, nulla operando contro la volontà e le disposizioni di lui, [17] perché quanto più è stato elevato sugli altri, tanto maggior sollecitudine deve mostrare nell'osservare le prescrizioni della Regola.

[18] Se poi si vedrà che il priore è vizioso, o che sedotto dalla vanagloria fa il superbo, o che si mostra apertamente spregiatore della santa Regola, lo si avverta oralmente fino alla quarta volta. [19] Se non si correggerà, gli si applichi la punizione della disciplina regolare. [20] Ma se non si emenderà neppure così, allora sia deposto dal suo grado di priore e gli venga sostituito un altro che ne sia degno. [21] E se anche dopo non sarà quieto e obbediente nella comunità, sia pure espulso dal monastero. [22] Pensi però l'abate che di tutti i suoi giudizi dovrà rendere conto a Dio: non dovesse mai la fiamma dell'invidia e della gelosia bruciargli l'anima!

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Dei portinai del monastero

Capitolo sessantaseiesimo

[1] Alla porta del monastero si ponga un vecchio assennato, che sappia ricevere e dare un'ambasciata, e trovi difficile, per la sua età avanzata, l'andar vagando qua e là.

[2] Il portinaio dovrà avere la sua abitazione presso la porta, perché quelli che arrivano trovino sempre presente chi possa dar loro una risposta. [3] E appena qualcuno busserà o un povero chiamerà, egli risponda: Deo gràtias, oppure: Bènedic; [4] e con tutta la mansuetudine suggerita dal timore di Dio venga incontro alle sue richieste con premura e fervore di carità.

[5] Se il portinaio ha bisogno d'aiuto, gli si dia un fratello più giovane.

[6] Il monastero poi, se è possibile, dev'essere organizzato in modo che tutte le cose necessarie, cioè l'acqua, il molino, l'orto e le officine delle diverse arti si trovino dentro l'àmbito del monastero [7] perché i monaci non abbiano alcuna necessità di andar vagando fuori: ciò che non giova assolutamente alle anime loro.

[8] Vogliamo poi che questa Regola si legga spesso in comunità, perché nessun fratello possa addurre il pretesto di ignorarla.

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Dei fratelli mandati in viaggio

Capitolo sessantasettesimo

[1] I monaci che devono esser mandati in viaggio, si raccomandino alla preghiera di tutti i fratelli e dell'abate; [2] e sempre all'ultima orazione dell'Ufficio divino si faccia memoria di tutti gli assenti.

[3] I fratelli poi che rientrano dal viaggio, il giorno stesso in cui ritornano, a tutte le Ore canoniche quando finisce il divino Ufficio, si prostrino a terra nell'oratorio [4] e chiedano a tutti che si preghi per loro, a causa delle mancanze in cui siano potuti incorrere nel viaggio, vedendo o ascoltando qualcosa di male o trattenendosi in discorsi oziosi.

[5] E nessuno ardisca riferire ad altri alcunché di ciò che fuori del monastero abbia visto o udito, perché sarebbe un'ingente rovina. [6] Se qualcuno l'osasse, sia sottoposto alla pena regolare.

[7] Così pure sia punito chi ardisse uscire dalla cinta del monastero, o recarsi ad un luogo qualunque, o fare qualsiasi minima cosa senza licenza dell'abate.

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Se ad un fratello vengano comandate cose impossibili

Capitolo sessantottesimo

[1] Se ad un fratello viene ingiunto per caso qualcosa di difficile o addirittura d'impossibile, accolga egualmente il comando del superiore con tutta mansuetudine e spirito d'obbedienza. [2] Se però vedesse che il peso del carico impostogli supera del tutto la misura delle sue forze, con pazienza ed al momento opportuno faccia presenti al superiore le ragioni della sua impossibilità, [3] senza atteggiamento di superbia o di resistenza o di contraddizione.

[4] Ma se, dopo tale umile esposizione, il superiore rimarrà fermo nel suo comando, sappia il suddito che gli conviene di fare a quel modo, [5] e animato dalla carità, confidando nell'aiuto di Dio, obbedisca.

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Che nel monastero l'uno non ardisca difendere l'altro

Capitolo sessantanovesimo

[1] Bisogna del tutto evitare che nel monastero per qualunque motivo l'uno ardisca difendere l'altro o quasi proteggerlo, [2] anche se fossero congiunti da un qualsiasi legame di parentela. [3] Non osino i monaci in alcun modo scendere a questo disordine, perché ne può nascere gravissima occasione di scandali.

[4] Se qualcuno mancasse a questa prescrizione, sia punito molto severamente.

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Che nessuno osi percuotere arbitrariamente gli altri

Capitolo settantesimo

[1] Si eviti nel monastero ogni occasione di azioni arbitrarie; [2] perciò stabiliamo che a nessuno sia permesso di scomunicare o battere qualche suo fratello, se non a chi ne abbia ricevuto l'autorità dall'abate. [3] I trasgressori di questo precetto siano ripresi dinanzi a tutti, perché anche gli altri ne concepiscano timore. [4] I fanciulli però, fino all'età di quindici anni, siano tenuti in disciplina e custoditi diligentemente da tutti; [5] ma si usi anche in ciò somma moderazione e buon senso.

[6] Chi poi sui fratelli adulti si arrogasse in qualche modo un simile potere senza facoltà dell'abate, oppure sugli stessi fanciulli ardisse infierire senza discrezione, soggiaccia alla disciplina regolare, [7] perché è scritto: "Ciò che non vuoi fatto a te, non farlo ad altri".

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Che i fratelli si obbediscano a vicenda

Capitolo settantunesimo

[1] Non solo nei riguardi dell'abate devono tutti esercitare la virtù dell'obbedienza, ma i fratelli devono anche obbedirsi l'un l'altro, [2] convinti che per questa via dell'obbedienza andranno a Dio.

[3] Anteposto dunque il comando dell'abate o dei superiori da lui costituiti, comando a cui non per mettiamo che si preferiscano quelli privati, [4] nel resto tutti i fratelli più giovani obbediscano a quelli più anziani di loro con somma carità e premurosa diligenza. [5] Se qualcuno si mostra riluttante, sia punito.

[6] Se poi qualche fratello viene ripreso dall'abate o da qualunque superiore per qualsiasi motivo anche minimo ed in qualsiasi modo, [7] oppure s'accorge che l'animo di un superiore qualunque e adirato o anche leggermente eccitato contro di lui, [8] subito si getti senza indugio a terra ai piedi di lui, e rimanga così a dare soddisfazione, finché l'altro con la sua benedizione non mostri di essersi calmato. [9] Chi per disprezzo trascurasse di compiere un tale atto, sia sottoposto alla punizione corporale; se poi fosse ostinato, venga espulso dal monastero.

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Dello zelo buono che devono avere i monaci

Capitolo settantaduesimo

[1] Come vi è un maligno zelo di amarezza che allontana da Dio e conduce all'inferno, [2] così vi è uno zelo buono, che allontana dai vizi e conduce a Dio ed alla vita eterna. [3] Ed è dunque in questo zelo che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore: [4] si prevengano cioè l'un l'altro nel rendersi onore; [5] sopportino con somma pazienza a vicenda le loro infermità fisiche e morali; [6] si prestino a gara obbedienza reciproca; [7] nessuno cerchi l'utilità propria, ma piuttosto l'altrui; [8] si voglia bene a tutti i fratelli con casta dilezione; [9] temano Dio nell'amore; [10] amino il loro abate con sincera ed umile carità; [11] nulla assolutamente antepongano a Cristo, [12] il quale ci conduca tutti alla vita eterna.

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Che non tutte le norme per la perfezione sono contenute in questa Regola

Capitolo settantatreesimo

[1] Questa Regola poi l'abbiamo abbozzata, affinché con l'osservarla nei monasteri diamo prova in qualche modo di avere almeno dignità di costumi e un certo avviamento di vita monastica.

[2] Ma per chi vuole procedere celermente verso la perfezione di tale vita, vi sono i precetti dei santi Padri, che fedelmente praticati sono ben atti a condurre l'uomo al culmine della virtù.

[3] Quale pagina infatti o quale parola d'autorità divina del Vecchio e del Nuovo Testamento non è rettissima norma per la vita umana? [4] O quale libro dei santi Padri cattolici non ci esorta consistenza a correre per via diritta verso il nostro Creatore? [5] Così pure le "Collazioni", le "Istituzioni" e le "Vite dei Padri", e la Regola del nostro santo Padre Basilio, [6] che altro sono se non strumenti di virtù per i monaci buoni ed obbedienti?

[7] Noi invece, svogliati, cattivi e negligenti, abbiamo di che arrossire e confonderci.

[8] Chiunque pertanto tu sia che ti affretti alla patria celeste, poni in pratica con l'aiuto di Cristo questa minima Regola per principianti appena delineata; [9] e allora a quelle più alte vette di dottrina e di virtù, che abbiamo sopra menzionate, potrai certo facilmente giungere con la protezione di Dio.

Amen.

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